Queste idee sono latenti nella mia testa da parecchio tempo (almeno dalla fine della mobilitazione dello scorso anno contro la ‘riforma’ del ministro Gelmini) ma si sono concretizzate, come un epifania, a partire da un aneddoto raccontato dal professor Toschi nel suo intervento al convegno trentino su Don Milani del 2007. Questo lo posso citare avendo gli atti del convegno sotto mano. “Io sono cresciuto in una casa del popolo, iscritto al Partito Comunista a 18 anni, non alla FGCI. Se qui c’è qualcuno che si ricorda quegli anni, sa la differenza: alla FGCI si iscrivevano i figli bene come me – anch’io sono un figlio bene – si iscrivevano i figli bene e si parlava di rivoluzione, tutti fra studenti. Io invece andai al PCI perchè almeno c’erano degli operai.”

E così ho iniziato a pensare alla mia situazione, alla società in cui vivo, alle possibilità più o meno utopiche di agire sul reale per modificare il tessuto sociale esistente, per modificare lo stato di cose esistente. E in quale direzione. Poi ho pensato a quegli anni e a Don Milani. Ed è da questo che voglio partire.
Non c’è dubbio che il prete fiorentino avesse a cuore il destino dei poveri, degli sfruttati, dei proletari. A quanto pare anche il partito e il sindacato avevano a cuore le sorti delle medesime classi sociali. Qualche anno più tardi anche le brigate rosse avrebbero detto di lottare per il proletariato. Le differenze nei fini e nei mezzi mi sembrano evidenti e non è il caso di perdere tempo a sottolinearle.

Ora mi interessa concentrarmi su Don Milani e sul sindacato. Il primo diceva che i poveri hanno due mezzi per migliorare la propria condizione sociale, due armi, le uniche due che è lecito e anzi doveroso utilizzare: il voto e lo sciopero. La prospettiva del sindacato in quegli anni mi pare non fosse molto distante. La lotta cui incitava Don Milani, se di lotta è lecito parlare, è una lotta nonviolenta che non prende nemmeno in considerazione l’idea di poter uscire dall’alveo dei diritti costituzionalmente garantiti. Guido Rossa pagherà la medesima impostazione di lotta con la vita.

Guido Rossa
Il punto centrale mi sembra essere il fatto che i poveri, gli operai, i contadini, sono padroni del loro destino solo ed esclusivamente finchè lottano uniti remando tutti nella stessa direzione. é così che si arriva allo Statuto dei lavoratori. Si chiama solidarietà di classe, o si vince tutti o si perde tutti. La mia lotta non può essere contro il mio compagno di lavoro, contro l’immigrato del sud (prima dell’Italia, ora del Mondo), contro il montanaro appena arrivato in città. In quel caso siamo destinati a perdere entrambi. La lotta deve essere contro il sistema che sfrutta, al limite contro chi in quel sistema occupa il ruolo di sfruttatore; ma già così l’ampiezza del discorso subisce un ridimensionamento notevole e con essa la grandezza degli obiettivi.
Non è un discorso granchè nuovo, l’aveva capito già Marx e probabilmente anche qualcun altro prima di lui.
Per rendere l’idea di come io mi immagino il sindacato di quegli anni cito un racconto che è molto caro al mio coinquilino: suo nonno è emigrato dalla Calabria in Lombardia e ha trovato lavoro come muratore. Immediatamente si è avvicinato al sindacato, più precisamente alla CGIL. Essendo un ragazzo sveglio ed essendo un lavoro duro cercava qualche piccolo trucco per faticare il meno possibile. Per esempio se c’era un camion con dei sacchi da scaricare lui cercava di accollarsi quelli più leggeri. Quando il sindacalista se ne è accorto lo ha preso da parte e gli ha intimato a brutto muso di smetterla. Il nonno del mio amico non aveva capito che così facendo danneggiava solo i suoi colleghi. Il sindacalista si. Inoltre il mio amico mi dice che il sindacato ha letteralmente insegnato a leggere e a scrivere a suo nonno (ricorda niente?).
Ecco, così io mi immagino il sindacato di allora, in lotta per la classe dei lavoratori, non per il singolo lavoratore. Spero di non sbagliare attribuendo anche al priore di Barbiana la stesso fine. Certo, le strade si sarebbero separate una volta raggiunta la liberazione morale, culturale e sociale della classe lavoratrice. La famosa lettera a Pipetta non lascia dubbi. Ora Don Milani non c’è più da un pezzo e nemmeno quel sindacato e nemmeno quella società. Ed è con il presente che siamo chiamati ad avere a che fare.
In un altro saggio del professor Toschi ricordo di aver letto qualcosa che suonava più o meno così: dobbiamo fare i conti con il passato ma non possiamo cercare le soluzioni nel passato. Benissimo, anche perchè le soluzioni del passato si sono rivelate in molti casi fallimentari. I giovani comunisti dei decenni scorsi giocavano a fare la rivoluzione, molti lo fanno tuttora (generalmente sono i figli di liberi professionisti o comunque gente con posizioni economiche più che salde, il passato che ritorna?).
Credo di dire qualcosa di banale se escludo la possibilità di una rivoluzione comunista qui e ora.

E questo nonostante ci si trovi in un momento in cui il cosiddetto capitalismo di carta, il finanzialismo, appare attraversato da una crisi senza precedenti. Una crisi strutturale la cui risposta non sembra passare da un ripensamento della struttura. Nonostante i proclami di molti convinti liberisti (sto pensando al nostro ministro dell’economia per esempio e alle sue dichiarazioni circa la necessità di una nuova governance mondiale). Curioso ma non sorprendente visto che in epoca moderna non si è mai data una risposta di tipo socialista come via di uscita da una crisi del capitalismo.

Ma se proprio volessimo giocare con la fantasia, potremmo chiederci: se la possibilità di una rivoluzione comunista fosse data, sarebbe auspicabile? Ovviamente visto che stiamo usando la fantasia lo facciamo fino in fondo e consideriamo irrilevanti le conseguenze geopolitiche su scala mondiale, considerando la nostra società come un sistema chiuso e isolato. Beh, io non sono sicuro, purtroppo, che si tratti di un’eventualità auspicabile, viste le concrete realizzazioni storiche in cui questa possibilità si è realizzata. Certo, quì stiamo barando perchè si era detto di tralasciare le relazioni geopolitiche che sono state invece parte rilevante dello sviluppo concreto di quelle realizzazioni storiche. Vedi Cuba. Ma rimane il fatto che quell’ideologia appartiene ad un’altra epoca. é figlia di una società diversa dalla nostra (il capitalismo ottocentesco) e ha creato società ancora diverse (l’URSS, la Corea del nord etc) e scritto pagine cruciali in società altre ancora (i nostri partigiani comunisti, il movimento operaio in Italia). Ha avuto una storia gloriosa e tragica. Così come non avrebbe senso buttare il bambino con l’acqua sporca, non può averne arroccarsi in quell’idea di società possibile. Andrebbe come minimo attualizzata. Probabilmente rifondata. E ciò non è possibile senza una profonda e in qualche modo profetica (un nuovo Marx?) analisi dello stato di cose attuali.

Tornando al sindacato, così caro a Don Milani da proporlo come unica alternativa credibile allo stato come promotore di doposcuola, in barba alle scuole confessionali, credo che la sua incapacità di agire e di incidere nella attuale fase storica sia data dalla mancanza di un’analisi del genere. E non possiamo mai scordare di vivere forse il momento storico peggiore per il mondo del lavoro dalla nascita del movimento operaio. é di questi giorni la stima di 57 milioni di disoccupati il prossimo anno nell’area OCSE.

Mai come ora sarebbe necessario a tutta la società un sindacato forte e coerente capace di guidare i lavoratori verso un’alternativa a questo stillicidio di posti di lavoro. Per fare questo sarebbe ovviamente strumento necessario la possibilità di esercitare con successo la pressione sul governo e sulle istituzioni tutte al fine di condizionarne le linee programmatiche quantomeno sulle questioni economiche e lavorative. Lasciamo da una parte per ora il tema dei diritti civili che a mio parere è tutt’altro che secondario.
Di certo io non sono in grado portarla avanti un’analisi del genere della società contemporanea, mi mancano gli strumenti e le capacità. Ripensando però a quanto scritto sopra e alle riflessioni sui temi per così dire milaniani, qualche spunto non sistematico e tantomeno originale mi viene in mente. Spunti, di più non sono in grado.

Per esempio si può partire dal prendere atto che non esiste più la classe operaia. E non perchè non esistono più gli operai. Anzi, a loro si è affiancata una fascia sempre più ampia di lavoratori precari. Di lavoratori a scadenza, come gli yogurth. Per non parlare dei lavoratori non in regola, in nero, che in certe zone d’Italia sono forse in maggioranza. E i lavoratori extracomunitari senza permesso di soggiorno per cui i diritti basilari, le conquiste di decenni di lotte sono semplicemente non contemplati. Fantasmi. Vittime del caporalato. A volte non hanno nemmeno il ‘diritto’ di infortunarsi o di morire sul lavoro. Vengono lasciati davanti ad un ospedale e sembra già un gesto di buon cuore questo. é la coscienza di classe ad essere scomparsa e incolpare di questo la televisione equivale a nascondersi dietro a un dito.

I lavoratori lottano ancora, per carità, e hanno evoluto le loro forme di lotta. Ma è una lotta che così com’è non può andare lontano, sia per gli obiettivi che per gli strumenti che sono sintomatici.
Per esempio a me non piace che i lavoratori salgano sui tetti o sulle gru.
Questo vuol dire che si è in cerca di visibilità mediatica. Se blocco la produzione sto sfidando il padrone sul terreno del lavoro. Se sciopero idem. Vuol dire che ho una forza contrattuale e che me la sono guadagnata. Se salgo sul tetto invece sto aspettando che arrivino le telecamere della televisione e le macchine fotografiche dei giornali per esporre e pubblicizzare la mia situazione. Il padrone non lo sfido più sul terreno del lavoro ma su quello mediatico. Per adesso sembra funzionare ma cosa succederà quando i giornalisti e il pubblico inizieranno ad assuefarsi a questa forma di lotta? E se i giornali e le tv fossero del padrone? Giocare fuori casa è rischioso.
Poi c’è il fatto che questi lavoratori si attivano solo nel momento in cui è a rischio il proprio posto di lavoro. Ovviamente la mia è una generalizzazione e anche grossolana. Ma a mio parere è ascrivibile all’individualismo e alla mancanza di visioni ad ampio respiro che ormai ci appartiene come forma mentis.
IO salgo sul tetto della MIA fabbrica quando è a rischio il MIO posto di lavoro, o al limite quando rischia di chiudere la MIA fabbrica.

Il sindacato non mi sembra attualmente in grado di invertire questa tendenza. Neanche la politica. Il sindacato del nonno del mio coinquilino faceva pratica quotidiana di quell’idea di classe pensata quasi come organismo vitale. Io credo che il sindacato sia chiamato oggi a prendersi a cuore la sorte di queste nuove categorie, non da un punto di vista contrattuale, comunque necessario ma non certo sufficiente. é un lavoro culturale quello di cui c’è bisogno. Un lavoro difficilissimo che consiste nel calarsi nella realtà sociale esistente e agire per modificarla in direzione di una visione ad ampio raggio.
Senza ricadere nella visione utilitaristica e personalizzata della funzione del sindacato. Un sindacato che lavori per la totalità dei lavoratori, per la salvaguardia del lavoro prima che del singolo lavoratore. Questa sarebbe a mio parere una visione fortemente di sinistra che se andasse a buon fine (si ma come?) brucierebbe la terra sotto ai piedi ai tanti paladini della lotta contro i fannulloni che ora vanno tanto di moda.
Per questi motivi credo che lo strumento dello sciopero abbia oggi un significato completamente diverso rispetto a quello che aveva in bocca a Don Lorenzo Milani. Per fare un esempio banale i lavoratori dell’Ataf hanno la mia totale solidarietà quando convocano uno sciopero. Però la mia solidarietà è partigiana, è scontata. Non fa testo. Ma come possono intercettare la solidarietà di altri lavoratori, che in quel momento però sono mancati passeggeri, se non si riesce mai a capire il motivo dello sciopero? In televisione dicono che ci sarà sciopero e dicono gli orari ma non dicono mai le cause. Mi stupirei del contrario. Allora i lavoratori dovrebbero trovare altri canali per socializzare le loro motivazioni, le loro privazioni. E magari un tipo di comunicazione diverso.

Ma quì si apre un tema vastissimo che non ho intenzione ora di trattare e che d’altra parte qualcun altro tratta molto meglio di me.
E alla fine di tutto questo io che fino a ieri ho giocato a fare la rivoluzione e al tempo stesso mi sento un imbecille impotente se mi confronto con i problemi dei lavoratori in cassa integrazione, io cosa posso fare in questo contesto? Come posso agire? Non lo so davvero, non ne ho la più pallida idea, non l’ho proprio capito.











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