Sul senso del sindacato e sull’ideologia.

Queste idee sono latenti nella mia testa da parecchio tempo (almeno dalla fine della mobilitazione dello scorso anno contro la ‘riforma’ del ministro Gelmini) ma si sono concretizzate, come un epifania, a partire da un aneddoto raccontato dal professor Toschi nel suo intervento al convegno trentino su Don Milani del 2007. Questo lo posso citare avendo gli atti del convegno sotto mano. “Io sono cresciuto in una casa del popolo, iscritto al Partito Comunista a 18 anni, non alla FGCI. Se qui c’è qualcuno che si ricorda quegli anni, sa la differenza: alla FGCI si iscrivevano i figli bene come me – anch’io sono un figlio bene – si iscrivevano i figli bene e si parlava di rivoluzione, tutti fra studenti. Io invece andai al PCI perchè almeno c’erano degli operai.”

E così ho iniziato a pensare alla mia situazione, alla società in cui vivo, alle possibilità più o meno utopiche di agire sul reale per modificare il tessuto sociale esistente, per modificare lo stato di cose esistente. E in quale direzione. Poi ho pensato a quegli anni e a Don Milani. Ed è da questo che voglio partire.

Non c’è dubbio che il prete fiorentino avesse a cuore il destino dei poveri, degli sfruttati, dei proletari. A quanto pare anche il partito e il sindacato avevano a cuore le sorti delle medesime classi sociali. Qualche anno più tardi anche le brigate rosse avrebbero detto di lottare per il proletariato. Le differenze nei fini e nei mezzi mi sembrano evidenti e non è il caso di perdere tempo a sottolinearle.

Ora mi interessa concentrarmi su Don Milani e sul sindacato. Il primo diceva che i poveri hanno due mezzi per migliorare la propria condizione sociale, due armi, le uniche due che è lecito e anzi doveroso utilizzare: il voto e lo sciopero. La prospettiva del sindacato in quegli anni mi pare non fosse molto distante. La lotta cui incitava Don Milani, se di lotta è lecito parlare, è una lotta nonviolenta che non prende nemmeno in considerazione l’idea di poter uscire dall’alveo dei diritti costituzionalmente garantiti. Guido Rossa pagherà la medesima impostazione di lotta con la vita.

Guido Rossa

Guido Rossa

Il punto centrale mi sembra essere il fatto che i poveri, gli operai, i contadini, sono padroni del loro destino solo ed esclusivamente finchè lottano uniti remando tutti nella stessa direzione. é così che si arriva allo Statuto dei lavoratori. Si chiama solidarietà di classe, o si vince tutti o si perde tutti. La mia lotta non può essere contro il mio compagno di lavoro, contro l’immigrato del sud (prima dell’Italia, ora del Mondo), contro il montanaro appena arrivato in città. In quel caso siamo destinati a perdere entrambi. La lotta deve essere contro il sistema che sfrutta, al limite contro chi in quel sistema occupa il ruolo di sfruttatore; ma già così l’ampiezza del discorso subisce un ridimensionamento notevole e con essa la grandezza degli obiettivi.

Non è un discorso granchè nuovo, l’aveva capito già Marx e probabilmente anche qualcun altro prima di lui.

Per rendere l’idea di come io mi immagino il sindacato di quegli anni cito un racconto che è molto caro al mio coinquilino: suo nonno è emigrato dalla Calabria in Lombardia e ha trovato lavoro come muratore. Immediatamente si è avvicinato al sindacato, più precisamente alla CGIL. Essendo un ragazzo sveglio ed essendo un lavoro duro cercava qualche piccolo trucco per faticare il meno possibile. Per esempio se c’era un camion con dei sacchi da scaricare lui cercava di accollarsi quelli più leggeri. Quando il sindacalista se ne è accorto lo ha preso da parte e gli ha intimato a brutto muso di smetterla. Il nonno del mio amico non aveva capito che così facendo danneggiava solo i suoi colleghi. Il sindacalista si. Inoltre il mio amico mi dice che il sindacato ha letteralmente insegnato a leggere e a scrivere a suo nonno (ricorda niente?).

Ecco, così io mi immagino il sindacato di allora, in lotta per la classe dei lavoratori, non per il singolo lavoratore. Spero di non sbagliare attribuendo anche al priore di Barbiana la stesso fine. Certo, le strade si sarebbero separate una volta raggiunta la liberazione morale, culturale e sociale della classe lavoratrice. La famosa lettera a Pipetta non lascia dubbi. Ora Don Milani non c’è più da un pezzo e nemmeno quel sindacato e nemmeno quella società. Ed è con il presente che siamo chiamati ad avere a che fare.

In un altro saggio del professor Toschi ricordo di aver letto qualcosa che suonava più o meno così: dobbiamo fare i conti con il passato ma non possiamo cercare le soluzioni nel passato. Benissimo, anche perchè le soluzioni del passato si sono rivelate in molti casi fallimentari. I giovani comunisti dei decenni scorsi giocavano a fare la rivoluzione, molti lo fanno tuttora (generalmente sono i figli di liberi professionisti o comunque gente con posizioni economiche più che salde, il passato che ritorna?).

Credo di dire qualcosa di banale se escludo la possibilità di una rivoluzione comunista qui e ora.

E questo nonostante ci si trovi in un momento in cui il cosiddetto capitalismo di carta, il finanzialismo, appare attraversato da una crisi senza precedenti. Una crisi strutturale la cui risposta non sembra passare da un ripensamento della struttura. Nonostante i proclami di molti convinti liberisti (sto pensando al nostro ministro dell’economia per esempio e alle sue dichiarazioni circa la necessità di una nuova governance mondiale). Curioso ma non sorprendente visto che in epoca moderna non si è mai data una risposta di tipo socialista come via di uscita da una crisi del capitalismo.

Ma se proprio volessimo giocare con la fantasia, potremmo chiederci: se la possibilità di una rivoluzione comunista fosse data, sarebbe auspicabile? Ovviamente visto che stiamo usando la fantasia lo facciamo fino in fondo e consideriamo irrilevanti le conseguenze geopolitiche su scala mondiale, considerando la nostra società come un sistema chiuso e isolato. Beh, io non sono sicuro, purtroppo, che si tratti di un’eventualità auspicabile, viste le concrete realizzazioni storiche in cui questa possibilità si è realizzata. Certo, quì stiamo barando perchè si era detto di tralasciare le relazioni geopolitiche che sono state invece parte rilevante dello sviluppo concreto di quelle realizzazioni storiche. Vedi Cuba. Ma rimane il fatto che quell’ideologia appartiene ad un’altra epoca. é figlia di una società diversa dalla nostra (il capitalismo ottocentesco) e ha creato società ancora diverse (l’URSS, la Corea del nord etc) e scritto pagine cruciali in società altre ancora (i nostri partigiani comunisti, il movimento operaio in Italia). Ha avuto una storia gloriosa e tragica. Così come non avrebbe senso buttare il bambino con l’acqua sporca, non può averne arroccarsi in quell’idea di società possibile. Andrebbe come minimo attualizzata. Probabilmente rifondata. E ciò non è possibile senza una profonda e in qualche modo profetica (un nuovo Marx?) analisi dello stato di cose attuali.

Tornando al sindacato, così caro a Don Milani da proporlo come unica alternativa credibile allo stato come promotore di doposcuola, in barba alle scuole confessionali, credo che la sua incapacità di agire e di incidere nella attuale fase storica sia data dalla mancanza di un’analisi del genere. E non possiamo mai scordare di vivere forse il momento storico peggiore per il mondo del lavoro dalla nascita del movimento operaio. é di questi giorni la stima di 57 milioni di disoccupati il prossimo anno nell’area OCSE.

Mai come ora sarebbe necessario a tutta la società un sindacato forte e coerente capace di guidare i lavoratori verso un’alternativa a questo stillicidio di posti di lavoro. Per fare questo sarebbe ovviamente strumento necessario la possibilità di esercitare con successo la pressione sul governo e sulle istituzioni tutte al fine di condizionarne le linee programmatiche quantomeno sulle questioni economiche e lavorative. Lasciamo da una parte per ora il tema dei diritti civili che a mio parere è tutt’altro che secondario.

Di certo io non sono in grado portarla avanti un’analisi del genere della società contemporanea, mi mancano gli strumenti e le capacità. Ripensando però a quanto scritto sopra e alle riflessioni sui temi per così dire milaniani, qualche spunto non sistematico e tantomeno originale mi viene in mente. Spunti, di più non sono in grado.

Per esempio si può partire dal prendere atto che non esiste più la classe operaia. E non perchè non esistono più gli operai. Anzi, a loro si è affiancata una fascia sempre più ampia di lavoratori precari. Di lavoratori a scadenza, come gli yogurth. Per non parlare dei lavoratori non in regola, in nero, che in certe zone d’Italia sono forse in maggioranza. E i lavoratori extracomunitari senza permesso di soggiorno per cui i diritti basilari, le conquiste di decenni di lotte sono semplicemente non contemplati. Fantasmi. Vittime del caporalato. A volte non hanno nemmeno il ‘diritto’ di infortunarsi o di morire sul lavoro. Vengono lasciati davanti ad un ospedale e sembra già un gesto di buon cuore questo. é la coscienza di classe ad essere scomparsa e incolpare di questo la televisione equivale a nascondersi dietro a un dito.

I lavoratori lottano ancora, per carità, e hanno evoluto le loro forme di lotta. Ma è una lotta che così com’è non può andare lontano, sia per gli obiettivi che per gli strumenti che sono sintomatici.

Per esempio a me non piace che i lavoratori salgano sui tetti o sulle gru.

Questo vuol dire che si è in cerca di visibilità mediatica. Se blocco la produzione sto sfidando il padrone sul terreno del lavoro. Se sciopero idem. Vuol dire che ho una forza contrattuale e che me la sono guadagnata. Se salgo sul tetto invece sto aspettando che arrivino le telecamere della televisione e le macchine fotografiche dei giornali per esporre e pubblicizzare la mia situazione. Il padrone non lo sfido più sul terreno del lavoro ma su quello mediatico. Per adesso sembra funzionare ma cosa succederà quando i giornalisti e il pubblico inizieranno ad assuefarsi a questa forma di lotta? E se i giornali e le tv fossero del padrone? Giocare fuori casa è rischioso.

Poi c’è il fatto che questi lavoratori si attivano solo nel momento in cui è a rischio il proprio posto di lavoro. Ovviamente la mia è una generalizzazione e anche grossolana. Ma a mio parere è ascrivibile all’individualismo e alla mancanza di visioni ad ampio respiro che ormai ci appartiene come forma mentis.

IO salgo sul tetto della MIA fabbrica quando è a rischio il MIO posto di lavoro, o al limite quando rischia di chiudere la MIA fabbrica.

Il sindacato non mi sembra attualmente in grado di invertire questa tendenza. Neanche la politica. Il sindacato del nonno del mio coinquilino faceva pratica quotidiana di quell’idea di classe pensata quasi come organismo vitale. Io credo che il sindacato sia chiamato oggi a prendersi a cuore la sorte di queste nuove categorie, non da un punto di vista contrattuale, comunque necessario ma non certo sufficiente. é un lavoro culturale quello di cui c’è bisogno. Un lavoro difficilissimo che consiste nel calarsi nella realtà sociale esistente e agire per modificarla in direzione di una visione ad ampio raggio.

Senza ricadere nella visione utilitaristica e personalizzata della funzione del sindacato. Un sindacato che lavori per la totalità dei lavoratori, per la salvaguardia del lavoro prima che del singolo lavoratore. Questa sarebbe a mio parere una visione fortemente di sinistra che se andasse a buon fine (si ma come?) brucierebbe la terra sotto ai piedi ai tanti paladini della lotta contro i fannulloni che ora vanno tanto di moda.

Per questi motivi credo che lo strumento dello sciopero abbia oggi un significato completamente diverso rispetto a quello che aveva in bocca a Don Lorenzo Milani. Per fare un esempio banale i lavoratori dell’Ataf hanno la mia totale solidarietà quando convocano uno sciopero. Però la mia solidarietà è partigiana, è scontata. Non fa testo. Ma come possono intercettare la solidarietà di altri lavoratori, che in quel momento però sono mancati passeggeri, se non si riesce mai a capire il motivo dello sciopero? In televisione dicono che ci sarà sciopero e dicono gli orari ma non dicono mai le cause. Mi stupirei del contrario. Allora i lavoratori dovrebbero trovare altri canali per socializzare le loro motivazioni, le loro privazioni. E magari un tipo di comunicazione diverso.

Ma quì si apre un tema vastissimo che non ho intenzione ora di trattare e che d’altra parte qualcun altro tratta molto meglio di me.

E alla fine di tutto questo io che fino a ieri ho giocato a fare la rivoluzione e al tempo stesso mi sento un imbecille impotente se mi confronto con i problemi dei lavoratori in cassa integrazione, io cosa posso fare in questo contesto? Come posso agire? Non lo so davvero, non ne ho la più pallida idea, non l’ho proprio capito.

Lui promette arditamente, qualcun altro mantiene

é finito lo show. Per fortuna potrò dire che io quel giorno non c’ero. C’ero, ma guardavo da un’altra parte. Coliandro. Ognuno dovrebbe essere libero di scegliersi il comico del martedì sera.
Non ho guardato l’ennesima puntata del reality ‘Il terremoto’, decine di migliaia di partecipanti, centinaia dei quali eliminati in partenza.
Oggi in studio c’era l’autore del gioco. é un tipo importante. Per questo mamma RAI ha dovuto cambiare il palinsesto. Delirio di onnipotenza in prima serata.

Oggi era una puntata importante dicevamo. C’era la consegna delle casette. Chissà se hanno consegnato a favore di telecamera anche un qualche kit da terremotato. Magari dei giochi da tavolo nella versione da viaggio. Oppure lo stock avanzato della famosa agiografia berlusconiana di antica memoria; quella con la storia della famiglia felice tipo mulino bianco. Poi nel kit terremotato c’è sicuramente il convertitore lira-euro.
Le casette dicevamo. Una promessa di Papi. Mantenuta da qualcun altro però. La Croce Rossa e la provincia autonoma di Trento per l’esattezza. E ancora c’è qualcuno dei terremotati che vorrebbe andare a vivere in una delle sue tante case. Di Papi. L’aveva detto lui. Si vede che hanno fatto richiesta soltanto uomini e donne attempate.
A certo dimenticavo. Hanno fatto pure il monumento agli studenti morti nel sisma. Io ho un’idea volgare su dove dovrebbero metterselo quel monumento. Che poi tra l’altro è inutile farlo agli studenti il monumento. Quelli che li hanno conosciuti e amati se li ricorderebbero per sempre comunque. Il monumento avrebbero dovuto farlo a chi ha costruito quegli edifici. A chi ha fatto i collaudi. é di loro che dovremmo ricordarci. é di loro che ci siamo già scordati.
Un ultimo appunto. Chi vuole scommettere con me 10 euro sul fatto che la signora fotogenica con le figlie vestite di rosa che ha ricevuto per prima la casetta è una militante del Popolo della Libertà?

Caso clinico

Una piccola chicca montata da Konserva:

Il ciclo delle stagioni

Sono tempi duri.

L’estate è alle corde e l’autunno bussa con violenza sulle porte delle nostre sonnacchiose coscienze. La stampa poco libera finalmente rischia di essere liberata dal peso dell’informazione. Informare non è bello. é inquietante. é turbante. A volte addirittura sconvolgente. Non sto pensando alle avventure erotiche del sedicente premier. Sto pensando ai campi di concentramento in Libia. A quelli in Italia. A quelli nelle nostre teste. A quelli fatti di celle, torture, stupri, suicidi, soprusi, reclusioni immotivate, secondini nazisti, umanità disumanizzata. E pure a quelli fatti di contratti non rinnovati, mutui non concessi, matrimoni rimandati, discount e notti insonni.

Informare è pericoloso. Genera consapevolezza. Aumenta le difese immunitarie, la curiosità intellettuale. Poi qualcuno si mette pure a leggere libri. Più informi la gente e più la gente si informa. Più la gente è informata e più è complicato metterglielo nel culo. Su fino in gola.

L’autunno è come Babbo Natale. L’autunno è generoso. Ci porta in dono un’epidemia che ancora non si è capito se è vera o finta. Nel dubbio qualcuno sta guadagnando miliardi di dollari producendo vaccini per tutti. O quasi. Pandemia. Come il vaso di Pandora che si è aperto. Volevamo dare solo una sbirciatina. Se qualcuno ci avesse informato…

L’autunno ci porta in dono la scuola. Peccato si sia scordato degli insegnanti. L’autunno ci porta gli operai che non vanno più in strada a manifestare. Adesso salgono sui tetti. Gli hanno spiegato che solo così arrivano le televisioni. E se arrivano le televisioni forse il padrone apre un tavolo con i sindacati. Forse non chiude la fabbrica. E se le televisioni non arrivano più?

Lettera aperta a Paolo di Lautreamont

Ho ricevuto oggi un commento, che riporto integralmente, di Paolo di Lautreamont al mio post di tutto un po’…. Ho pensato di rispondere con una lettera aperta, anche perchè non credo di sbagliare interpretando le critiche come rivolte al blog nel suo complesso e a me che lo scrivo piuttosto che a quel particolare post.

Il commento è questo:

Sono terrorizzato dal fatto che tu possa finire a insegnare a qualcuno, con questo bagaglio di prevenzioni culturali e politiche. Per carità, ognuno è libero di professare le proprie idee. Però un consiglio bisognerebbe seguirlo: è bene abbeverarsi a DIVERSE fonti di informazione. Solo così possiamo formarci una coscienza e delle idee personali. Quindi, ogni giorno io cambio giornali italiani (per lavoro leggo decine di giornali esteri). Ma ancor più sarebbe bene leggere fonti diverse: ad esempio, si può liberamente glorificare il regime cubano, Che Guevara etc. etc. Ma per correttezza bisognerebbe ANCHE leggere ciò che di Cuba scrivono personaggi come il dissidente Armando Valladares, oppure Vargas Llosa…
In bocca al lupo.

Caro Paolo,

per prima cosa vorrei ringraziarti in modo sincero per aver scritto quello che pensi a proposito di questo blog. Forse non lo sai ma offrendomi la possibilità di un contraddittorio a tale riguardo mi hai fatto un regalo molto gradito.

Poi vorrei rassicurarti, non sono stato io a rigarti la macchina…

A parte gli scherzi, voglio rassicurarti per davvero, il rischio che io possa finire a manipolare giovani e ingenui cervellini in fase di crescita è abbastanza remoto. Non perchè l’attuale ministro dell’istruzione ha praticamente reso impossibile l’ingresso della mia generazione nel corpo docente della scuola pubblica (quella privata non la considero). Proprio perchè non credo sia la strada giusta per me. E poi, su questo sono d’accordo con te anche se per motivi diversi, sarei un cattivo insegnante. Non sarei paziente e soprattutto costante. Meglio lasciar perdere.

Mi dispiace solo che tu confonda il fatto di avere delle idee, su alcuni temi anche molto decise, con l’essere prevenuti. Come puoi intuire, sarebbe fin troppo facile rigirarti la frittata e non sprecherò il mio e il tuo tempo in un inutile esercizio di stile. Solo un appunto, trovo sorprendente il fatto che tu abbia collocato quella critica a commento di un post che avrebbe potuto benissimo essere intitolato elogio del dubbio, almeno per il pezzo in cui si parla di Iran.

Sempre per quel che riguarda la confusione tra partigianeria e ottusità mentale (confusione creata in cattiva fede…) mi piace citarti una frase di Antonio Gramsci (sono banale) che ho fatto mia e che rivendico con decisione:

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Arriviamo ora al discorso sulle fonti di informazione. é un tema che mi appassiona. é un tema di cui in Italia ci sarebbe un pressante bisogno di parlare. é un tema scottante in un paese che rappresenta un’evidente anomalia a livello europeo. Sono spesso in disaccordo con Sartori ma trovo interessante la sua analisi recente in cui l’Italia è rappresentata come un sultanato. Per onestà ti devo dire che ancora non ho letto il libro ma solo interviste e commenti sul tema.

Le mie fonti di informazione dicevamo. Prima di tutto la rete. I blog. I gruppi di informazione su facebook. I siti di repubblica e del corriere.

Poi i giornali. Ne leggo generalmente due, uno di sinistra (il manifesto) e uno di centro-destra (la repubblica). Passami la battuta per favore. Se tu però sapessi come viene generalmente trattata la cronaca locale fiorentina di repubblica per quel che succede nel mondo universitario capiresti che è una battuta solo fino ad un certo punto. Poi sto aspettando con interesse il lancio di un giornale, Il Fatto quotidiano (quello di Travaglio per intenderci), che in qualunque altro paese del mondo sarebbe considerato conservatore. Anche quì, parlo di un giornale che ancora non esiste ma mi sento autorizzato a trarre queste conclusioni dalla storia e dal lavoro di Marco Travaglio, l’allievo di Montanelli, mica di Parlato o di Ingrao. Scusa ma proprio non me la sento di spendere soldi per leggere quello che scrive (ma lo pensa???) gente come Ferrara o Belpietro o Feltri. Ho lo stomaco duro ma non indistruttibile. Qualche volta però mi aggiro con lo spirito da pirata tra le pagine del sito web del giornale.

Capitolo telegiornali: generalmente guardo sia il tg3 che il tg2 sia a pranzo che a cena. Sono due telegiornali molto diversi e sicuramente il tg3 è quello che apprezzo maggiormante. Anche perchè nella storia del tg2 ci sono stati diversi servizi che mi hanno provocato conati di vomito. Continuo comunque a guardarlo anche perchè mi sono molto comodi gli orari e preferisco il tg2 ai pacchi o altre menate simili. Apprezzo molto tutte le trasmissioni di approfondimento della testata giornalistica del tg3. Ogni tanto mi capita di guardare anche il tg della 7.  Devo confessarti che qualche volta non riesco a resistere e guardo il tg4. Un po’ me ne vergogno ma non riesco a smettere: Fede è come il barattolo della nutella. Non ho mai guardato (se non saltuariamente) il tg1 e il tg5, quindi non posso smettere di farlo ora che a dirigere il primo tg nazionale c’è il sig. Minzolini. Pazienza.

Visto che ho tendenze masochiste generalmente guardo anche Annozero, Ballarò, L’infedele, Vespa (solo quando non parla di cronaca nera o rosa però…cioè abbastanza raramente) e qualche volta Tetris. Prima mi capitava di guardare anche Matrix (stesso discorso che per Vespa…).

I libri. Sono il mio capitolo preferito. Adoro leggere. Se tu potessi vedere la mia libreria troveresti, accanto a romanzi di ogni tipo, alcuni libri di argomento politico. Lo confesso, ho letto qualcosa di Marx (poca roba, onestamente) di Gramsci, di Sorel (ci sarebbe da parlarne…), di Engels, di Lenin, di Biagi, di Pasolini, di Capanna, della Rossanda etc. Saresti però molto più stupito di trovarci anche il  Mein kampf e diversi libri su Mussolini, il fascismo e la repubblica di Salò (per semplificare: sia apologie che feroci condanne).

Sai qual è il problema? Il problema è che non conoscendomi pensi che io abbia ingerito le idee che ho per osmosi. O qualcosa del genere. Non sono cresciuto in una famiglia politicamente impegnata. Tantomeno di sinistra. Mio padre in gioventù era nel msi ed è stato processato per ricostituzione del partito fascista. Per la cronaca è stato assolto. Ma quando sono nato già non era più impegnato politicamente e oggi che ha 55 anni non lo definirei mai fascista. Cinico. Distaccato. Polemico. Disilluso. Gli anni ‘80 hanno colpito in tutte le direzioni come vedi. Questa lunga parentesi per dirti che la mia formazione politica non è stata osmotica ma nemmeno puro ribellismo generazionale contro le idee dei genitori. E non è stata neppure precoce, anzi.

La scintilla è scattata nel 2001. Dopo la carneficina di Genova. Non serve che dica altro su quei giorni. Prima di allora ero assolutamente digiuno di politica. Poi ho iniziato ad interessarmene in maniera virale e ho letto e mi sono informato a 360 gradi. E guarda che da un’esperienza del genere non è mica deterministico lo sbocco nella sinistra cosiddetta  radicale. Tutt’altro. Sicuramente però sono fondamentali le persone che incontri. E io da questo punto di vista mi ritengo estremamente fortunato.

Ti rubo gli ultimi due minuti per un’ulteriore precisazione. Non credo (non ho controllato però) di aver scritto nulla su queste pagine circa Cuba o Castro. Quindi dubito che tu possa sapere come io la penso. Se lo deduci dall’edificio generale della mie idee per come risulta dal blog fai un errore grave a livello logico. Lo puoi al massimo indurre ma l’induzione è problematica e mai certa.

Comunque ti voglio aiutare ad uscire da queste sabbie mobili dicendoti che non farei mai il grave errore di confondere l’atto rivoluzionario della liberazione da una dittatura con il successivo regime, democratico o no che sia. Vale per Cuba, per l’Unione Sovietica e per l’Italia. Il giudizio su un qualsiasi sistema sociale non può poi essere in nessun caso statico ma deve per forza di cose essere dinamico e multiplanare. Altrimenti parliamo di slogan. Giudicare Cuba è complesso. é complesso perchè noi siamo all’esterno e le uniche voci che ci arrivano sono quelle del regime o dei suoi oppositori, entrambe poco equilibrate e molto partigiane. Giustamente anche. é difficile anche perchè bisogna tener presente la situazione geo-politica in cui Cuba è inserita. Prima e dopo la rivoluzione. Non si può in nessun caso confrontarla con il Belgio, tanto per citare un paese europeo a caso. Se mai il confronto andrebbe fatto con i paesi caribici e centro-americani. E su temi come la sanità e l’istruzione ci sarebbe da discutere a lungo. Poi non si può dimenticare che Cuba è stato per anni un paese minacciato di invasione da una potenza nemica (e che potenza…) e  da mezzo secolo è sotto embargo.

Detto questo, non è un paese democratico. Non è un paese in cui sono garantiti i diritti politici e parte dei diritti sociali. è un paese che ha discriminato pesantemente gli omosessuali e colpito duramente gli oppositori politici. Potrei continuare. Sicuramente non è il paradiso in terra e non è neanche il mio ideale in quanto a realizzazione del socialismo. Dico solo che non è possibile giudicare Cuba al di fuori o al di là del contesto storico e sociale reale in cui è inserita.

Ho ancora molto da lavorare su me stesso, la mia cultura e la mia coscienza. La tentazione del dogmatismo è un problema che ho a mente. Ma non credo sinceramente di esserne vittima. Certo, non essere dogmatici non significa essere politicamente corretti o peggio bipartisan. La merda è merda. Anche se ogni tanto ci spunta in mezzo qualche fiore.

Spero di non averti annoiato troppo. Spero di leggere una tua risposta.

Ciao.

Marco Bein

G8…

Lettera aperta al Presidente del Consiglio

Caro Silvio, mi sento un po’ imbarazzato a chiamarti papi ma mi permetto di darti del tu, proprio per la tua smisurata umanità e simpatia (forse un tantino troppa).

Ti scrivo questa lettera per darti un consiglio, nel caso in cui non ci avessi già pensato.

Tra pochi giorni sarai impegnato nei lavori del g8 all’Aquila e avrai modo di vedere il presidente degli USA, Mr. Obama. Proprio di questo vorrei parlarti.

Secondo me dovresti cogliere l’occasione e durante una pausa caffè (le fate le pause caffè vero?) dovresti appartarti un momento con il Presidente e, dopo averlo messo a suo agio imitando il verso della scimmia o toccandogli il pacco, fargli una proposta che toglierebbe a lui qualche castagna dal fuoco e sarebbe un’occasione eccezionale per rilanciare il turismo del capoluogo abruzzese. Ma che dico rilanciare, sarebbe proprio la svolta.

Ti propongo il testo della proposta ma se ti sembra troppo formale e distaccato, sentiti libero di metterci del tuo, di stupirci.

“Uè neger! Ho sentito che non sapete dove seppellire Jackson. Bel problema questo. Ma come al solito ci sono qui io a risolverti i problemi, amico abbronzato. Dallo a me. Ci penso io, davvero. Lo seppelliamo qui all’Aquila, tra la casa dello studente e l’ospedale inagibile. Sai quanta gente verrebbe a visitarne la tomba poi?! In cambio ti posso dare una miss Trentino e un vulcano finto da montare alla Casa Bianca. Pensaci bingo bongo, pensaci.”

Pensaci anche tu Silvio. Il fiuto (per gli affari…) non ti manca. Poi se la cosa diventa un buon affare cosa ci impedisce di nominarlo senatore post-vita?! La Costituzione? Cosa?

Gramsci, oggi.

Ai Franceschini, ai D’Alema, ai Ferrero, ai Veltroni, noi giovani abbiamo il diritto di chiedere: “Cosa avete fatto per rischiararci le dottrine socialiste? Quali sono i vostri libri? Dove sono le vostre ricerche sulle condizioni economiche della nazione italiana? Avete studiato, vi siete curati di ricercare e di studiare come si è svolta la storia economica e politica del popolo italiano? Sapete come è organizzata una fabbrica? Avete studiato il modo di esistenza del proletariato italiano?”

Se le risposte sono negative, e lo sono, non stupitevi del voto operaio alla lega nord…

Chi di storpiatura ferisce…

Mi chiedo: in una democrazia compiuta, in una società composta da invidui consapevoli e mediamente intelligenti, in un paese sviluppato…insomma, in un posto altro rispetto all’Italietta, sarebbe anche solo immaginabile che uno pseudo-giornalista di nome Eminchio Fido spari da anni (tanti, troppi) minchiate in prime time?

il famoso giornalista Eminchio Fido

Questo Elicchiolo Cule in un paese in cui vigesse la libertà di stampa avrebbe qualche minima possibilità non di dirigere un tg, ma anche solo di occuparsi di cronaca rosa in un quotidiano locale? Per inciso, ricordo che un telegiornale, anche se trasmesso da una tv privata, ha comunque l’onere e l’onore di essere servizio pubblico.

Eciuccio Fighe in un momento di relax

Eciuccio Fighe in un momento di relax

Dicevamo,da anni conduce e dirige il tg della più grande televisione abusiva del mondo. Da anni questo cazzo di Epagliacciolo Dede spara indisturbato minchiate di dimensioni non indifferenti da frequenze rubate illegalmente a Europa 7, che aveva vinto la concessione legalmente. Tutto ciò grazie ai magheggi e alle tangenti pagate dal suo padrone, Sua Emittenza a un personaggio di indubbia moralità e di elevatissimo spessore politico: Bettino Craxi.

E per finire, come si permette questo teleabusivo con la morale di un cassonetto dell’umido di storpiare il nome di Zappaddu, un fotografo che nel bene o  male non ha fatto altro che fare il suo lavoro, fotografie. E poi come gli salta in mente di dire che se al posto del mirino avesse avuto un fucile di precisione…?Allo stesso modo, se il suo padrone al posto del cazzo avesse avuto un bazooka, sai che strage avrebbe fatto…. Tra l’altro, nelle sue storpiature, Eprendilo Dietre utilizza uno stereotipo relativo alla lingua sarda che definire di cattivo gusto è poco…lui che è siciliano…mafia cannoli coppola africani carretti…che gusto c’è?

Di tutto un po’…

In questi ultimi giorni sto decisamente trascurando il blog. é un periodo intenso. Oggi ho dato un esame di filosofia dell’educazione. Come è andato? Bene, era scontato. Venerdì ne ho un altro. Molto meno scontato, filosofia della scienza. Devo smetterla di dare esami di filosofia. Buone intenzioni per il prossimo anno accademico. Che per inciso spero sia l’ultimo.

Prendiamo questa assenza come una silenziosa protesta contro il puttaname di vario livello che sta sgozzando l’Italia. Possibile che io sia così stronzo da essere rimasto l’ultimo in Italia a non essere mai stato a un orgia a Palazzo Grazioli o Villa Certosa. Adesso forse la vende. La villa. Che ridere. Basta Marco.

Domanda complicata. In Iran chi sono i buoni? I cattivi sono ben caratterizzati, ma i buoni son davvero così buoni? Un’ondata riformatrice il cui motto è ‘Allah è grande’ sinceramente mi spaventa un po’. Leggevo sul Manifesto di oggi che paradossalmente a Obama converrebbe una vittoria di Ahmadi Nejad piuttosto che di Musavi. Il ragionamento regge. Infatti il primo uscirebbe da questa avventura sicuramente indebolito sul piano interno, con la spaccatura del clero al potere. Sarebbe plausibile quindi che concedesse agli statunitensi qualcosa sul nucleare. é difficile reggere a pressioni esterne senza una base di sostegno populista all’interno del paese. Musavi al contrario sarebbe obbligato a mostrarsi intransigente con gli yankee, per non alimentare nel mondo islamico la voce di una sua collusione con l’imperialisto americano. L’articolo è di Marco D’Eramo.

Ricominciamo da capo: chi sono i buoni? L’anagrafe mi ha impedito di assistere alla rivoluzione che nel 1979 ha rovesciato lo Scià. Chiodo schiaccia chiodo. Il nemico del mio nemico è mio amico?

Qui a Firenze hanno eletto sindaco Renzi. E ci mancava. Ne sentiremo parlare. Credo che si risolverà come uno dei più grossi fiaschi politici di questo inizio millennio. Per quanto riguarda l’Italia, ovvio. E se così non fosse sarebbe davvero la fine della sinistra in Italia. Caro Matteo, giù dalla torre ci butto te, della sinistra non sono ancora disposto a liberarmi. A proposito, sento le dichiarazioni di Franceschini&Co e mi rallegro perchè a quanto pare il rosso sol dell’avvenire si avvicina a passi da gigante. Io non lo vedo ma forse è perchè sono controsole.

Rizzo e Diliberto hanno litigato. Tanto ormai da quando Pelù è uscito dai Litfiba l’atomizzazione della sinistra italiana è un processo irreversibile. Oggi dopo l’esame son passato in biblioteca e mi son preso un libro con un titolo banale: “Con il vento nei capelli”. Sottotitolo: “Una palestinese racconta”. Dalla quarta di copertina sembra parecchio interessante. Speriamo bene. L’autrice si chiama Salwa Salem.

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